Cosa vuol dire Neurodiversità?
Nina Komadina
December 9, 2022

L’importanza delle parole: neurodiversità
Sebbene esista già dalla fine degli anni ’90, la parola neurodiversità sta conquistando sempre più spazio nel dibattito pubblico. Ma cosa vuol dire neurodiversità? Il termine offre un nuovo modo di pensare alla ricchezza del genere umano, strettamente legato alle caratteristiche individuali che ogni persona porta con sé. Per questo ha ripercussioni dirette sulla vita sociale di tutti i giorni, soprattutto quando siamo o conosciamo persone neurodivergenti.
Qual è la storia di questa parola? E cosa significa esattamente essere neuroatipici? In questo articolo vedremo:
- da dove nasce il termine neurodiversità;
- la differenza tra neurodiversità, neurotipicità e neuroatipicità;
- quali condizioni rientrano oggi nella neurodivergenza;
- perché il concetto va oltre la psichiatria e che cosa cambia a scuola.
Neurodiversità: storia di una parola
Nonostante esista ormai da più di 25 anni, la parola “neurodiversità” è ancora considerata un neologismo. Viene attribuita alla sociologa australiana Judy Singer, che la usò alla fine degli anni ’90 (la sua tesi è del 1998) ispirandosi al concetto di biodiversità, così come era stato definito anche dalla Convenzione sulla Diversità Biologica firmata a Rio de Janeiro nel 1992: “variabilità tra gli organismi viventi di ogni origine […]; ciò comprende la diversità in una stessa specie e tra ecosistemi”.
Partendo da questa premessa, Singer applicò per la prima volta il concetto alle diverse forme che può assumere la mente umana, in molti suoi aspetti:
- neurologici;
- sensoriali;
- comunicativi;
- sociali.
A far conoscere il termine al grande pubblico fu però il giornalista e scrittore statunitense Harvey Blume, che si confrontava con Singer sull’autismo e che usò la parola in un articolo pubblicato il 30 settembre 1998 su The Atlantic.

L’idea alla base del termine è che gli esseri umani siano necessariamente e per natura diversi tra loro, e che per questo i loro percorsi neurologici non siano mai perfettamente sovrapponibili. In questo contesto, “diversità” indica che non esiste un modo giusto o sbagliato di pensare e sentire, ma solo modi diversi di percepire e interagire con la realtà. Di conseguenza, tutti i funzionamenti neurologici hanno pari dignità e possono essere perfettamente funzionali, anche quando non corrispondono a quelli della maggioranza.
Neurodiversità e neuroatipicità
Il concetto di neurodiversità è dunque generale: riguarda tutti gli esseri umani nel loro insieme, senza distinguere in base a determinate caratteristiche. Nonostante questa varietà, però, la maggior parte della popolazione condivide schemi neurologici abbastanza simili. Chi rientra in questo gruppo segue uno sviluppo neurologico tipico, in linea con le caratteristiche della maggioranza delle persone: si parla in questo caso di persone neurotipiche.

La parte restante della popolazione, ovvero chi non rientra in questi schemi, viene per contrasto definita neuroatipica o neurodivergente. In termini più tecnici, ma altrettanto comprensibili, il sistema nervoso di una persona neuroatipica segue, soprattutto in alcune aree cerebrali, percorsi differenti da quelli più comuni. Appartenere a una minoranza, però, non significa che questi schemi siano meno validi o automaticamente penalizzanti.
Neurodiversità: un termine-ombrello
La definizione di persona neurodivergente è estremamente ampia. All’interno di questa minoranza, ampia e tutt’altro che trascurabile, si trovano infatti situazioni (e quindi realtà) molto diverse. Inoltre, sebbene il termine sia nato soprattutto in riferimento allo spettro autistico, con il tempo si è allargato ad altre condizioni. Oggi, ad esempio, rientrano nella neurodivergenza:
- le persone autistiche;
- le persone con Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA), come dislessia, discalculia, disgrafia e disortografia;
- le persone con sindrome di Tourette;
- le persone con ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività), compresa la forma con prevalente disattenzione un tempo chiamata ADD.
Un errore da non commettere è quindi pensare che tutte le persone neurodivergenti siano descrivibili con caratteristiche fisse. Questo vale per gli aspetti neurologici, ma anche, e forse soprattutto, per l’ambito sociale, sensoriale e comunicativo.

Mentre gli aspetti più strettamente neurologici (compresi quelli legati all’apprendimento) toccano di solito la sfera più privata delle persone neuroatipiche, gli schemi sociali, sensoriali e comunicativi influenzano in modo più diretto l’interazione con gli altri. Proprio per questo è importante andare oltre i pregiudizi e le etichette preconfezionate spesso associate alle persone neurodivergenti, per accogliere il modo di essere di ciascuno.
Andare oltre la psichiatria
Uno degli obiettivi con cui è nato il termine neurodiversità è superare una visione esclusivamente medica e psichiatrica e considerare le persone neuroatipiche come individui a 360°. Secondo questo modello, inoltre, alcuni aspetti delle condizioni elencate sopra diventano difficoltà soprattutto in relazione all’ambiente e alla necessità di adattarsi a un sistema pensato su misura della maggioranza. Questo non significa negare le difficoltà reali o il valore di una diagnosi, ma guardare anche a ciò che l’ambiente può cambiare.
Si capisce così perché, fin dall’inizio, neurodiversità non sia stata solo una parola, ma un vero e proprio movimento per il riconoscimento dei diritti delle “minoranze neurologiche”. In questo contesto, come sottolinea anche un approfondimento della Harvard Medical School, il peso delle parole è particolarmente importante, perché aiuta a evitare facili generalizzazioni.
Come per altre minoranze, conoscere il vocabolario della neurodiversità permette di comunicare con rispetto e attenzione verso gli altri. Le parole che usiamo, del resto, contribuiscono a plasmare la nostra percezione della realtà: diventano così veri e propri strumenti per conoscere schemi neurologici diversi dai nostri, tipici o atipici che siano.
Scuola e neurodiversità
Sapere cosa si intende per neurodiversità e come evitare facili generalizzazioni è importante, ma quali sono le ricadute pratiche a scuola? Gli insegnanti sono tra le prime figure chiamate a valorizzare le differenze tra gli alunni, potenziando i punti di forza di ciascuno e riducendo le difficoltà legate a situazioni di partenza diverse.

Creare un ambiente inclusivo è il primo passo perché tutti gli alunni possano imparare serenamente. Conoscere il funzionamento specifico degli alunni neurodivergenti permette poi di costruire un percorso educativo personalizzato, come indicano le linee pedagogiche nazionali. Ne sono un esempio la legge 170 del 2010 e le successive Linee guida, che prevedono Piani Didattici Personalizzati, strumenti compensativi e misure dispensative per gli studenti con DSA, e le indicazioni sui Bisogni Educativi Speciali, che estendono la personalizzazione ad altri alunni.
Un elemento fondamentale è aiutare gli studenti neurodivergenti a prendere consapevolezza degli strumenti che possono usare e del modo in cui la loro mente impara, sia quando comprende sia quando memorizza. Così potranno accogliere gli aspetti del proprio funzionamento senza viverli come un deficit.
Anche la tecnologia può aiutare a offrire più strade per arrivare allo stesso contenuto. Con Algor, per esempio, dallo stesso materiale si ottiene un Set di studio con testo, mappa concettuale, riassunto, panoramica audio e flashcard: ognuno sceglie il formato che funziona meglio per sé, e la struttura sempre uguale in sezioni e pagine rende lo studio più prevedibile. Chi ha difficoltà di lettura può ascoltare il testo con la sintesi vocale, scegliere un font ad alta leggibilità pensato per la dislessia o chiedere, già in fase di creazione, un linguaggio più semplice.
Articolo di Nina Komadina, content creator.
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