ADHD: cos’è e come affrontarlo

Nina Komadina

January 19, 2022

Conoscere l’ADHD

ADHD: un disturbo da conoscere

L’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività, sembra riguardare sempre più persone, sia in età infantile che in età adulta. Negli ultimi anni ha conquistato una grande fetta del dibattito, con posizioni diverse sull’aumento delle diagnosi e sul loro rapporto con il nostro modo di vivere. Quando non viene riconosciuto e affrontato nel modo giusto, l’ADHD crea molta preoccupazione, soprattutto nei genitori di figli che ne sono o potrebbero esserne interessati.

Se da un lato tanto rumore ha portato a una maggiore conoscenza del fenomeno, dall’altro ha creato anche molta confusione, con la nascita di veri e propri luoghi comuni che danneggiano in primo luogo i bambini. Per questo è necessario fare un po’ di chiarezza, capendo cos’è l’ADHD e come può essere affrontato. Ciò è importante per tutti: chi ne soffre potrà prendere consapevolezza dei propri mezzi e vivere meno sensi di colpa ingiustificati; genitori e insegnanti potranno offrire un’esperienza educativa personalizzata e adatta alle specificità di ciascuno.

In questo articolo vedremo:

  • cos’è l’ADHD e come si manifesta;
  • quali sono i luoghi comuni più diffusi e cosa dice la ricerca;
  • come ottenere una diagnosi e come affrontarla, a casa e a scuola;
  • alcune strategie concrete per lo studio.

ADHD: cos’è e come si manifesta

La parola ADHD scritta con il gesso su una lavagna, con il significato di ogni lettera: Attention Deficit Hyperactivity Disorder
L’acronimo ADHD indica “Attention Deficit Hyperactivity Disorder”, ovvero “Disturbo da Deficit dell’Attenzione/Iperattività”

L’ADHD, ovvero disturbo da deficit dell’attenzione/iperattività, è “caratterizzato da una durata scarsa o breve dell’attenzione e/o da vivacità e impulsività eccessive […] che interferiscono con le funzionalità o lo sviluppo” (Manuali MSD). Può quindi manifestarsi in forme diverse; nello specifico, i sintomi possono riguardare:

  • soprattutto il deficit dell’attenzione (disattenzione);
  • soprattutto la vivacità e l’impulsività (iperattività-impulsività);
  • un mix di entrambi gli aspetti (presentazione combinata).

Nonostante i suoi sintomi possano somigliare a quelli di un disturbo del comportamento, l’ADHD è un disturbo del neurosviluppo e, in ambito scolastico, rientra tra i BES (Bisogni Educativi Speciali). In parole più semplici, appartiene allo stesso gruppo di altri disturbi che si manifestano sin dall’infanzia, come le disabilità intellettive, i disturbi da tic, i DSA e i disturbi dello spettro autistico. Proprio perché ha una base neurologica, l’ADHD viene spesso descritto come un disturbo dell’età evolutiva; come vedremo, però, può ricevere una prima diagnosi anche in età adulta.

Un bambino in difficoltà si copre la testa con le mani, seduto a un tavolo accanto a un’educatrice
L’ADHD può rappresentare una fonte di vergogna e difficoltà per chi ne soffre, soprattutto (ma non solo) in età infantile

Secondo il DSM (“Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”), nella sua versione attuale, diversi sintomi devono essere presenti prima dei 12 anni (le edizioni precedenti indicavano i 7 anni), devono durare da almeno sei mesi e manifestarsi in più di un contesto, per esempio a casa e a scuola. Tra i segnali più comuni, un bambino potrebbe soffrire di ADHD se:

  1. fatica a iniziare attività che richiedono concentrazione;
  2. sembra non ascoltare quando gli si parla direttamente;
  3. è molto vivace e fatica a stare seduto;
  4. perde facilmente la concentrazione;
  5. non ha pazienza e fatica ad aspettare il proprio turno;
  6. interrompe le domande, rispondendo prima che siano finite;
  7. è impulsivo e tende ad agire senza pensare;
  8. tende a perdere le cose o a dimenticarsi degli impegni;
  9. non riesce a pianificare e organizzare lo studio;
  10. cambia attività continuamente, lasciando in sospeso quelle precedenti.

Nessuno di questi comportamenti, da solo, basta a parlare di ADHD: molti bambini sono vivaci o distratti. Conta la loro intensità, la durata e quanto interferiscono con la vita quotidiana.

L’ADHD tra luoghi comuni e realtà

Negli ultimi decenni diversi studi hanno mostrato che le diagnosi di ADHD sono aumentate. Secondo una ricerca condotta negli Stati Uniti su dati del gruppo sanitario Kaiser Permanente, tra il 2001 e il 2010 le diagnosi nei bambini sono cresciute del 24%. Questi dati sono stati spesso interpretati in modo distorto.

In particolare, in molti hanno confuso l’aumento delle diagnosi con l’aumento dei casi, formulando ipotesi sull’influenza delle nuove tecnologie sull’insorgere dell’ADHD. Seguendo gli stessi ricercatori, però, si comprende che le nuove diagnosi riflettono soprattutto una maggiore attenzione e un cambiamento culturale, più che un’espansione effettiva del disturbo.

Molti bambini e bambine con ADHD ricevono oggi una diagnosi che in passato non avrebbero mai ottenuto. La scuola di oggi richiede spesso comportamenti più inquadrati e ritmi di apprendimento che non sempre tengono conto delle specificità degli studenti: i comportamenti che escono dagli schemi vengono così notati più facilmente, mentre in passato venivano semplicemente interpretati come tratti caratteriali tipici dei bambini. Il maschile, in questo caso, non è casuale: l’ADHD assume caratteristiche specifiche legate al genere, che a loro volta si sono prestate a distorsioni.

Una bambina con la mano sulla fronte, circondata da punti interrogativi disegnati sul muro
Nonostante i luoghi comuni lo associno soprattutto ai bambini maschi, l’ADHD può interessare anche le femmine e le persone adulte

I dati sulla diffusione dell’ADHD sono molto dibattuti anche all’interno della comunità scientifica, e le stime cambiano parecchio a seconda del Paese, dell’età considerata e dei criteri diagnostici usati. Un dato ricorrente è che la maggior parte delle diagnosi riguarda i maschi, circa tre su quattro, e questo ha portato molti a credere che le femmine possano soffrirne solo marginalmente.

Le ricerche più recenti, però, smentiscono questo luogo comune, a lungo condiviso anche dagli esperti. I sintomi nelle bambine e nelle donne tendono a manifestarsi in modo diverso e meno visibile dal punto di vista sociale, finendo per essere sottovalutati: più che l’iperattività, nelle bambine vanno osservate con attenzione le difficoltà di attenzione.

Il problema della mancata diagnosi non riguarda solo il benessere del bambino o della bambina, ma può influenzarne l’intero percorso scolastico e anche la vita adulta. Negli ultimi anni molti esperti di salute mentale hanno sottolineato la necessità di superare l’idea dell’ADHD come disturbo esclusivamente infantile, per dare la giusta attenzione anche agli adulti che ne soffrono.

Come ha sottolineato lo psichiatra Edward Hallowell, una diagnosi corretta può “salvare una vita” anche se arriva in età adulta. Potrebbe migliorare la vita di molte donne, ma anche di molti uomini a cui l’ADHD non è stato riconosciuto da giovani.

Come ottenere e come affrontare una diagnosi di ADHD

Anche se alcuni sintomi dell’ADHD si possono notare da soli, l’unica diagnosi attendibile è quella fatta da un professionista. Per bambini e ragazzi il primo passo è di solito parlarne con il pediatra, che può indirizzare a un servizio di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza; gli adulti possono rivolgersi al medico di base, a uno psichiatra o a un centro specializzato. Un consulto specialistico evita il vortice delle autodiagnosi.

Le attenzioni da adottare sono ancora maggiori quando si tratta di un bambino. Il compito di chi educa è capire come andare incontro alle sue particolarità e come valorizzarlo. In quanto figure di riferimento, per quanto possa essere difficile, genitori e insegnanti dovranno mettere da parte pregiudizi e atteggiamenti negativi, adottando un nuovo modo di guardare al bambino.

Rimproveri continui e prese in giro non fanno che aumentare le frustrazioni legate alle difficoltà di apprendimento. Sarà fondamentale informarsi bene e sostenere il bambino con attività organizzate e giornate scandite da una routine il più possibile prevedibile.

ADHD a scuola: strategie e strumenti per lo studio

A scuola, per uno studente con ADHD il consiglio di classe può predisporre un Piano Didattico Personalizzato (PDP), che indica le strategie, gli strumenti compensativi e le misure più adatte. Aiutano quasi sempre consegne brevi, compiti divisi in piccoli passaggi, pause programmate e supporti visivi.

Anche gli strumenti digitali possono dare una mano. Con Algor Education, per esempio, si può trasformare un capitolo o i propri appunti in un Set con mappa concettuale, riassunto, flashcard e quiz: flashcard e verifiche spezzano lo studio in passaggi brevi e attivi, e i progressi mostrano cosa manca ancora.

I bambini con ADHD richiedono attenzioni specifiche, ma non per questo vanno limitati o considerati solo in funzione del disturbo. Ricordiamo sempre che una persona con ADHD, adulta o meno, ha una propria personalità e può vivere una vita piena grazie al giusto supporto e ai percorsi indicati dagli specialisti.

Articolo di Nina Komadina.

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